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A lezione dall'Europa

Updated: Jun 22, 2022

Intervista al professor Massimo Carlini, presidente Società Italiana di Chirurgia

Congressi internazionali: perché l'Italia non riesce a decollare


Il Professor Massimo Carlini ha partecipato a oltre 700 Congressi Nazionali e Internazionali, ha tenuto oltre 400 conferenze, eseguito più di 20.000 interventi chirurgici.

Un prestigio professionale che la SIC - Società Italiana di Chirurgia ha coronato eleggendolo, all’unanimità, Presidente.


Grazie al suo patrimonio di esperienza e a una precisione di analisi davvero chirurgica, il Professor Carlini ci spiega le grandi risorse e gli errori dell’Italia congressuale, e come potrebbe competere con qualunque altra destinazione. Se volesse.


 

Professor Carlini, oggi una delle più importanti e antiche associazioni europee, la Società Italiana di Chirurgia, è affidata alla sua guida. Quale ritiene sia la funzione del congresso nella formazione medica di oggi?

La pandemia ha notevolmente cambiato le modalità e le abitudini nell’aggiornamento scientifico. L’utilizzo degli eventi virtuali ha permesso la riduzione di costi e spostamenti, e sicuramente parte di questa eredità resterà. Miglioreranno le tecnologie e i software per il trasferimento di dati, il 5G permetterà la trasmissione ad altissima velocità di immagini di alta qualità, adatte per la visualizzazione di operazioni chirurgiche anche attraverso i device comunemente diffusi e questo è molto importante.

Ma ha anche confermato altre cose. Che la ricerca scientifica non si può fare a distanza, perché è basata su quell’elemento fondamentale che è lo scambio diretto, vis-à-vis, di informazioni e di contenuti, e questo è un aspetto per cui negli ultimi due anni abbiamo sofferto. Così come ha sofferto l’industria della tecnologia medico chirurgica, perché il prodotto, la strumentazione devono essere visti e toccati di persona per poter essere valutati. Tutta questa parte di attività congressuale, e non parlo solo dell’area della sanità, non è stata sostituita dal virtuale e ora bisogna farla ripartire.



Lei ha partecipato a centinaia di congressi internazionali e fa parte di molte società scientifiche in Europa e negli Stati Uniti. Qual è, a suo parere, la percezione che si ha all’estero dell’Italia come sede di congressi?

Cominciamo con il dire che l’Italia ha una serie di asset molto interessanti per l’organizzazione di congressi. Innanzitutto la collocazione geografica al centro dell’Europa, facilmente e piacevolmente raggiungibile da qualunque nazione; la forma peninsulare allungata sui mari, che favorisce lo sviluppo di splendide location; l’abitudine ad accogliere mutuata dall’industria del turismo che è tra le più importanti in Italia, con professionalità che hanno molte connessioni con l’organizzazione di un congresso, che vuol dire sapere gestire flussi concentrati in un arco di tempo limitato; infine la breve distanza che collega le principali città, nella maggior parte delle quali è presente un centro congressi capace di ospitare un gran numero di persone, anche a livello di ospitalità alberghiera, proprio perché sfrutta la stessa ospitalità che l’Italia ha per il proprio turismo. È una profusione di risorse che occorre conoscere ed è per questo che tutte le volte che posso vado ad Association Days. È una manifestazione diversa e originale per come vengono gestiti i rapporti tra chi fa eventi e chi offre location e servizi, per l’attenzione con cui sono organizzati gli incontri, per le informazioni preziose che si riescono a trovare solo qui. Per me è un’occasione importante.



Eppure l’Italia da anni perde posizioni nella classifica delle destinazioni congressuali.

Sì, è vero, c’è stato un insieme di fattori che ha determinato questa decrescita. Si sono affacciate sul panorama internazionale una serie di strutture ipertecnologiche, in nazioni più avanzate, che hanno cominciato a competere con gli atout dell’Italia. C’è stato un salto di qualità nell’offerta, in termini di efficienza, a cui l’Italia non si era preparata. E non sto parlando degli incredibili centri congressi americani, progettati per ospitare perfettamente molte decine di migliaia di persone. Anche centri minori europei si sono dotati di strutture avanzate.

Penso a Lipsia, dove poche settimane fa sono stato in un centro congressi straordinariamente efficiente da ogni punto di vista. Noi questo non l’avevamo. I bei centri congressi che sono nati dopo, penso solo ad esempio a quelli di Rimini e Riccione o a quello di Trieste, sono arrivati tardi, la concorrenza ormai era aperta.

E poi abbiamo introdotto dei paletti.

La politica ha deciso che non si potevano più fare congressi nei resort, nei cinque stelle, nei castelli, in quelle location straordinarie che erano uno dei motivi per cui gli stranieri venivano. “Non troverò il livello ipertecnologico, non avrò il collegamento diretto, però quella location è talmente eccezionale che vale la pena fare il congresso lì”. Ecco, questo con quelle leggi lo abbiamo tagliato via, è stato uno dei motivi che hanno ridotto la presenza di congressi stranieri in Italia.


Quali sono le risorse tecnologiche che mancano alle strutture italiane?

Le faccio un esempio. A ottobre si svolgerà il congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia presso il Rome Cavalieri Waldorf Astoria, uno splendido hotel sul Monte Mario di Roma, che gode di un panorama incantevole. Le stesse date erano state opzionate da una società americana che però durante la site inspection ha constatato la mancanza di collegamenti con mezzi pubblici e ha rinunciato.

Io sono di Roma e ho visto inaugurare nel 2016 la Nuvola di Fuksas, un centro congressi unico al mondo, forse uno dei più belli. Nel 2018 ho fatto lì un congresso con 4.400 persone e sa cosa mancava? Gli impianti audio e video! La struttura non aveva impianti propri. Non c’era un bar. Non c’erano le sedie nelle sale. I posti auto non erano ancora stati realizzati e quelli ora a disposizione ancora non sono sufficienti. Il progetto prevedeva l’apertura di un hotel, La Lama, accanto al centro congressi. Ebbene, non ha mai aperto! (l’inaugurazione dell’Hilton Rome Eur La Lama sarebbe prevista per l’autunno 2022, ndr) Allora cosa fare? Nel frattempo chiude per ristrutturazione l’hotel con il più alto numero di camere nei pressi della Nuvola(lo Sheraton Roma Hotel & Conference Center).

È chiaro che manca completamente una programmazione, un coordinamento del territorio! E questo è uno di quegli errori che fanno crollare una destinazione. Eppure siamo riusciti a portare proprio qui, alla Nuvola, il Congresso dell’Associazione Europea per la Chirurgia Endoscopica (EAES) che si terrà nel 2025 e prevede 5.000 partecipanti. Un evento importante, che dovrebbe essere facilitato, invece occorre combattere tutti i giorni con una miriade di problemi che complicano il lavoro..


Dunque secondo lei i nostri centri non possono competere per capacità gestionale?

In realtà sì, tutti potrebbero competere e vincerebbero rispetto a qualunque altra location extra nazionale.

Penso al Lido di Venezia con il bel Palazzo del Cinema che, per l’ospitalità in bassa stagione, può contare sulla conveniente e ottima offerta dall’Hotel Excelsior; alla Val d’Aosta con il Grand Hotel Billia comodamente attaccato al Casinò piuttosto che a Torino, dove il Lingotto che è stato trasformato in un posto bellissimo, o a Milano con la grande Milano Fiera.

Insomma tutti hanno carte da giocare, ma ciascuno ha un difetto come quelli della Nuvola che molte strutture in altre nazioni hanno invece risolto. “Je manca sempre uno pe’ fa’ cento” dicono a Roma. Se la nostra politica fosse un po’ più attenta molte situazioni si potrebbero risolvere e certamente avremmo molta più presenza in Italia di congressi internazionali.

Basterebbe anche solo copiare quello che si fa nel resto d’Europa.

Meno male che per fortuna, esiste Association Days!!!



Anna Mocchi

Giornalista e Consulente di Comunicazione